Non solo la storia, come ci ricorda una bella canzone di Francesco De Gregori, ma anche lo Stato siamo noi.
Potere centrale sovrano che impone il rispetto di determinate norme nell’interesse della collettività che si organizza attorno ad esso e dal quale viene rappresentata, lo Stato moderno e democratico nasce in Europa sulle macerie del sistema feudale a sancire il superamento di quella frammentazione politica e territoriale e di quella concezione del potere che, particolarmente radicati sul nostro territorio nazionale, hanno reso gli italiani sospettosi, quando non addirittura refrattari, al senso dello Stato e spesso anche al concetto di legalità.
Crogiolo di popoli e culture vessati da secoli di alternanza di dominazioni rapaci e feudali, al momento della sua unificazione l’Italia aveva perduto quella forma mentis che aveva reso grandi gli antichi romani. La maggioranza degli italiani, ormai avvezza ad una organizzazione del potere e della società basato sul principio della fedeltà personale e degli scambi di favore tra un potente e i suoi vassalli, diffidente, per questo, di ogni forma di autorità e governo, ha continuato di fatto a vivere e ad agire in funzione di un sistema mentale anch’esso di tipo feudale, a dispetto di un fervore culturale degno delle migliori menti illuministiche, illuminate e democratiche.
Al pensiero risorgimentale, allo spirito di una delle migliori costituzioni, all’anelito legalitario espresso da tanti grandi ingegni del nostro Paese si è così sin dall’inizio contrapposto un sentire e un modo di percepire e di agire nella collettività che ha fatto della mancanza del senso dello Stato la sua bandiera rendendosi facile preda di demagogismi interni ed esterni e consegnando l’Italia ad abili manipolatori. Necessitando lo Stato democratico del consenso dell’elettorato per accedere al potere, i nuovi feudatari hanno utilizzato la retorica per far leva su sentimenti irrazionali e alimentare paura e odio nei confronti degli avversari spingendo la massa, dietro a promesse inconsistenti, ad andare contro i propri stessi interessi e sviandola dalla percezione delle proprie necessità reali. In questo caso più che espressione della degenerazione della democrazia, come ci ricorda Platone, i demagoghi italiani si sono posti come garanti della sopravvivenza di un feudalesimo anacronistico e paralizzante, fondamento di una tirannide anarcoide che affligge l’Italia sin dalla sua nascita e che rischia di renderla ingovernabile e pressoché irriformabile.
Paese bicefalo, assurdo Giano bifronte l’Italia non è sinora mai riuscita ad affrancarsi dal suo Medio Evo. Dilaniata dallo scontro tra le sue due anime, agonizzante sotto la pressione e le aggressioni di un sentire mafioso diffuso e generalizzato che va al di là dell’appartenenza a precisi gruppi criminali o a regioni geografiche specifiche, lo Stato italiano stenta ad imporsi come sovrano e a rendersi indipendente dagli altri stati… Rischia di non essere Stato.
La distanza che in parte è sempre esistita e in parte si è creata o rafforzata tra cittadini e istituzioni grazie all’infiltrazione, talvolta subdola, altre volte tragicamente dirompente, del potere feudale-mafioso nel tessuto sano della democrazia italiana si sintetizza oggi nell’atteggiamento antipolitico, qualunquistico ed ostile ad ogni espressione del sistema partito mostrato da gran parte dei nostri connazionali. E la cosa peggiore è che questo cancro ha lentamente intaccato anche l’intellighenzia del nostro Paese. Come a suo tempo un grande della cultura italiana come Sciascia scivolò su un giudizio assolutamente fuori luogo sui giudici di Palermo definendoli “professionisti dell’antimafia” e cadendo così, lui stesso, nella trappola dell’atavica mancanza di fiducia nello Stato, così oggi è triste dover osservare delle belle menti scadere in giudizi sommari e generalizzati, fomentare attraverso la logica del fare di tutta l’erba un fascio un atteggiamento di “obiezione partitica” o addirittura politica che rischia di finire con il lasciare vecchie e nuove generazioni in un vuoto d’azione, di speranza e di futuro che ne’ (seppur giuste e condivisibili) le migliori battaglie civili ne’, tanto meno, il rifugiarsi in un paradiso virtuale e telematico (vedi Second Life) possono colmare.
Il fatto è che non è realisticamente possibile, in una democrazia, incidere sul governo di una nazione prescindendo dall’azione dei partiti poiché è solo attraverso di essi che il cittadino può organizzarsi democraticamente per contribuire alla determinazione della politica nazionale… o si preferisce il feudalesimo?… Ciò non implica, naturalmente, una supina accettazione e acquiscienza di fronte a qualsiasi sistema partitico, finanche screditato come il nostro attuale. Un cambiamento, una riforma sostanziale sono imprescindibili se si vuole anche solo auspicare un affrancamento dell’Italia dalle sue pastoie medievali e proiettarla nel futuro di una democrazia reale.
Il Partito Democratico è una risposta concreta a questa necessità ma anche questo non basta. Un partito, per quanto innovativo, resta pur sempre un mero strumento. La differenza la fanno le persone. L’idea di una partecipazione politica reale della gente comune, la cosiddetta “base” del vecchio gergo politico, potrà essere realmente innovativa solo a patto che ci sia una trasformazione profonda nella mentalità e nella cultura di ognuno di noi, solo a condizione che principi della legalità, del senso dello Stato e del rispetto per l’altro siano alla base dell’azione di ognuno. Poiché il “sentire mafioso” non è qualcosa che appartiene solo ed esclusivamente a certa criminalità organizzata ma insidia chiunque in ogni momento.
Perché ciò accada è necessario iniziare a seminare rispetto, a diffondere quel sentimento che, in nome di un interesse superiore e comune, ci trattenga dall’offendere gli altri, dal ledere i loro diritti e dal menomare i loro beni. E’ necessario iniziare a coltivare dentro ognuno di noi il senso dello Stato non come entità astratta e fondamentalmente ostile ma come soggetto che, a partire dall’interesse di ognuno protegga l’interesse di tutti, un soggetto che imponga un ordine non attraverso la paura e/o l’arbitrio ma attraverso il consenso consapevole degli individui che sono deputati a legittimarlo vigilando, partecipando alla sua vita e contribuendo al suo sostentamento (la tassazione non è altro che lo strumento attraverso il quale lo Stato può mantenere il suo potere amministrativo per provvedere ai pubblici bisogni e se così non accade non è lo strumento che va eliminato ma chi lo amministra). Bisogna tornare a parlare di valori e farlo ai giovani e con i giovani. Formare le nuove generazioni al rispetto della legalità, abituarci a limitare la nostra libertà nella misura necessaria ad assicurare una convivenza degna e pacifica per tutti. Scegliere la legalità è già una scelta politica. Anche il silenzio connivente lo è. Illudersi di potersi astenere da scelte politiche (e anche partitiche) è come pretendere di costruirsi un futuro su Second Life.
E’ inevitabile… lo Stato siamo noi… e se questo Stato non ci piace forse sarebbe ora che guardassimo dentro di noi e muovessimo il nostro primo piccolo passo per cambiarci prima di pretendere di cambiarlo…
Lara Scarsella (articolo già pubblicato qui)